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Mi hanno copiato!

Mi hanno copiato! Vi è mai capitato?

Partiamo da principio, per spiegare bene di cosa si tratta.
Il naming è il nome del proprio brand, o meglio della propria attività.
L’attività, e il modo in cui si fa riconoscere, è la marca, il brand appunto, che è composto da un naming (il nome), che poi rappresentiamo con un logo, ovvero un eventuale simbolo o pittogramma (l’icona distintiva, il segno grafico che ci caratterizza) e il logotipo (la parte scritta che segue al simbolo), e infine tutto quello che è l’identità di questo brand ovvero il frutto di un’approfondito studio della propria personale identità: il personal branding.

Sembrano nozioni difficili da comprendere ma in realtà ne veniamo a contatto ogni giorno, ogni volta che vediamo qualche simbolo in giro e lo associamo al brand di cui fa parte.
Ad esempio: le volte che notiamo un segno di spunta sulle scarpe e lo associamo al marchio Nike, oppure ascoltiamo un brano natalizio e ci torna in mente la Coca Cola, e così via.

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Parliamo di me

Ho già detto di avere un percorso lavorativo di lunga data e, per lo più, alle dipendenze di altre agenzie o in collaborazione.
In totale, si tratta di vent’anni e più di esperienze e lavoro.
Poi, all’improvviso e senza averci pensato su con serietà, mi sono ritrovata a dover riprogrammare il mio lavoro e, con l’apertura di una partita Iva, sono diventata una freelance.

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Ma, per quanto improvvisa, l’autonomia è stata realizzata a seguito di un’approfondita analisi su quanto dovevo costruire. Nulla è stato lasciato al caso:

  • lo studio delle esigenze del pubblico,
  • la loro localizzazione,
  • il genere di target,
  • le attrezzature,
  • il linguaggio da usare nelle comunicazioni,
  • l’identità che doveva avere e, non ultimo,
  • il nome del mio studio.

Alke

La spiegazione sulla scelta del nome Alke è stata data più volte: ne parlo anche nella pagina in cui mi presento.
Alke dice di me, della mia storia, della mia crescita nella cultura della Magna Grecia, dei miei studi, del mio essere Donna, dell’essere una donna con esperienza senior del Sud Italia, capofamiglia, che riscrive il proprio percorso da zero in un ambiente difficile.

Alke è una parola, non un acronimo, e prima di sceglierlo ho ampiamente cercato in giro qualcosa di simile, proprio per garantirmi l’unicità, l’originalità, che altrimenti sarebbe stata screditante dato che il mio lavoro si svolge interamente nell’ambito creativo.

Vari anni fa, quando è nato Alke Studio, esistevo solo io e, in Messico, uno studio fotografico chiamato Alk, che è un acronimo: nessuna concorrenza, nessun intralcio soprattutto sul territorio.

Acquistai subito il dominio italiano, Alke Studio e scelsi gli account alkestudiosalerno per i social, trasformati in robertalkestudio per riportare l’attenzione sul mio essere un’autrice e una freelance.

Fine della storia, a parte chiarire che il nome, il logo e l’immagine sono stati regolarmente depositati, con marca temporale, persino riaggiornati e ridepositati nel tempo, e ne detengo il copyright.

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Oggi

Ora, un paio di giorni fa, nel voler inserire un tag sui social, mi sono ritrovata all’improvviso con una pagina omonima del mio studio: naturalmente poiché, per quei titolari, è stato impossibile usare un termine già occupato, hanno optato per un numero 2 finale o per un underscore _.
Ma la loro attività, per come si firmano, si chiama esattamente come la mia: Alke Studio.

Ho scritto loro chiedendone ragione e per capire, e mi hanno risposto si tratta delle iniziali dei loro nomi.
La loro attività è diversa dalla mia e non dovrebbero crearsi fastidi reciproci… o così sembrerebbe.

Siamo tutti felici e contenti? Non proprio!

L’omonimia, se non vogliamo parlare di plagio, può portare reciproche penalizzazioni a livello di ricerca e indicizzazione, su Google, in quanto il mio target può trovare il loro e viceversa, con relativa confusione e perdita di consensi ed engagement (il coinvolgimento del pubblico che porta a relazioni durature).
Se loro tentassero di promuoversi a livello Seo potrei guadagnarne solo io, e viceversa ovviamente.

Che fare?

Al momento farò nulla perché sono una persona molto pacifica, perché nella mia vita ho agito senza il bisogno di copiare alcunché, e ne vado fiera, perché l’unicità è quanto mi ha sempre caratterizzata.

Anche con i miei clienti faccio lo stesso: cerco di comprendere la loro storia, rendere il design, che realizzo, unico e su misura per la loro attività.
Inoltre, perseguire vie legali, pur avendone ragione, porterebbe a un inutile spreco di risorse, energie e soldi in un periodo storico difficile.

L’episodio creatosi è frutto di una leggerezza, seppure nel lungo termine possa portare a grandi danni per tutte le parti.

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Copiare, seppure involontariamente, può essere disastroso

Scegliere, o farlo in maniera inconsapevole, la pratica di copiare da qualcuno che è in rete prima di noi, magari per seguire un percorso già tracciato da altri, è in ogni caso fortemente screditante per la propria reputazione, oltre che illegale, perché dimostra che:

  • 1. alle spalle della scelta effettuata non c’è un’analisi e una ricerca di anteriorità;
  • 2. c’è assenza di personal branding;
  • 3. per i motivi di cui sopra, non si è dato valore all’aspetto creativo e originale.

Che ne pensate?

Baci, baci.
Roberta

logo ufficiale @Alke Studio

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Un commento

  • Mario

    Il furto d’identità o l’appropriarsi delle opere condividendole senza citarne l’autore, anche quando non sono tutelate, è un problema comune perché si ha l’illusione che nella rete sia tutto concesso e gratuito ma è un pensiero sbagliato! Non è lecito duplicare o appropriarsi del lavoro altrui, anche perché questo è il motivo per cui in Italia essere creativi non rappresenta un lavoro ben pagato.
    Purtroppo esiste la mediocrità e la superficialità, nelle persone.

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